Ciao, sono Claudia, questo è il mio blog :) Invento storie e scrivo romanzi fantasy, benvenuti nel mio mondo!

domenica 17 giugno 2018

Hudra Victorja - Un Giorno ad Armonia vol.2


Hudra Victorja

(Scuola Ansaldo - Voltri)

DRIIINNN!
Quel suono preannunciava un nuovo inizio, una nuova vita magica. Questo non mi eccitava molto, come invece avrebbe dovuto, così mi preparai lentamente e altrettanto lentamente mi misi in viaggio.
Una volta arrivata a destinazione, la proibizione dell’utilizzo del cellulare mi scandalizzò. Non ero né abituata né brava a dialogare con gli altri, quello era il mio unico “porto sicuro”. Davanti a me incombeva un anno terribile e altrettanto terribili si preannunciavano quelli che sarebbero venuti dopo, in questa scuola. Invece mi sbagliavo.
Stetti attenta alle varie lezioni e non rivolsi la parola a nessuno della mia classe o della scuola. Niente catturò il mio interesse finché il professore non pronunciò le parole: “Lago Maledetto”. Mi girai di scatto verso la grande distesa d’acqua e mi ci avvicinai dividendomi dal gruppo, ignorando il resto della frase: “non toccate l’acqua”.
Mi tolsi le scarpe e i calzini, ma quando le mie dita sfiorarono l’acqua immobile, automaticamente mi misi le mani sul petto, mi faceva male! Era come se qualcosa mi trafiggesse. Volevo tornare indietro, ma i i piedi non rispondevano ai comandi. Volevo urlare, ma non riuscivo ad emettere alcun suono; avanzai finché qualcuno non mi afferrò e mi trascinò via da lì. Una volta uscita dall’acqua svenni.
Non riuscivo ad aprire gli occhi, ma sentivo delle voci discutere preoccupate.
“Secondo voi è stato il richiamo?” chiese una voce femminile.
“No, secondo me le sua era curiosità, nessuno è immune all’incantesimo” rispose una maschile.
Dovevano essere i professori, oppure un sogno.
“In realtà c’è qualcuno che è immune, ricordate la leggenda?” Questa era l’inconfondibile voce della preside.
“No, è impossibile!”
Da quel momento in poi calò il silenzio, così mi sforzai di aprire gli occhi, ci riuscii e mi alzai di scatto. Tutti mi guardarono preoccupati e la preside mi chiese: “Stai bene?”
Io mi guardai attorno: ero in infermeria, ignorai la domanda e mi alzai, appena misi i piedi terra mi ricordai del dolore al petto e ci posai una mano.
“Ti fa male lì?” chiese un altro professore.
Ignorai di nuovo la domanda, mi sedetti e mi guardai la punta delle dita: erano rosse!” Le palpai preoccupata, ma non mi facevano male.
“Che cosa è successo?” Mi accorsi di avere la voce roca, così tossii un paio di volte.
“Stavi per tuffarti, ma un tuo compagno di ha afferrata e ti ha trascinata via, sei stata molto fortunata, lui ha avuto un tempismo perfetto.”
Riflettei un attimo su come giustificarmi. “Non lo volevo fare, volevo tornare indietro, ma...” Non mi venivano le parole giuste.
“Ma, cosa?” chiese impaziente una professoressa.
“Le gambe non volevano farlo, mi dispiace, non so cosa mi sia preso.” Abbassai la testa sinceramente dispiaciuta e aspettai in silenzio la loro risposta, che non arrivò.
A spezzarlo fu il professor Filippo. “Non pensarci più, è ora che ti scelga un uovo.”
Alzai lo sguardo entusiasta, l’animusi era la cosa che mi piaceva di più di quella scuola, almeno per ora, e mi ero già scritta la melodia che avevo deciso di suonargli.
Ormai si era fatto buio, i miei compagni avevano già scelto l’uovo dalla mattina, mancavo solo io ed ero triste perché sapevo che non ne aerano rimasti molti, ma quando entrai nella stalla, il fieno era ricoperto di uova colorate, tutte ricordavano la Pasqua, tutte tranne una. Quell’uovo era caduto per terra, era nero come il carbone, forse di più e anche particolarmente grande. Qualcosa mi faceva pensare che quell’uovo non doveva essere lì, così lo infilai rapidamente nella borsa, la chiusi e me ne andai via correndo. 
Non sapevo il numero della mia stanza così mi diressi verso la segreteria. La mia stanza era la numero 173, dall’altra parete della scuola, sospirai e cercai di sbrigarmi, non perché avevo sonno, ma perché ero impaziente di suonare qualcosa al mio uovo. Entrando sentii una dolce melodia, la mia compagna era così intenta a suonare che quando smise, sussultò sentendomi parlare.
“Hai suonato una melodia meravigliosa.”
Lei ci mise un po’ prima di rispondermi. Mi analizzò: io ho la pelle chiara, sembra avorio, i capelli neri e gli occhi verdi che spiccano nel tutto.
Lei invece aveva la pelle chiara, gli occhi marroni scuro e i capelli castani, sembrava una persona timida.
“G-graizie” balbettò confusa.
Le sorrisi. “Mi chiamo Diana e tu?”
“Il mio nome è Alice.”
Mi avvicinai verso di lei e le porsi la mano. “Piacere di conoscerti, Alice.”
Lei me la strinse più fiduciosa.
Quella ragazza mi piaceva, ecco perché le riservai quel trattamento speciale, era come me: timida e riservata, saremmo diventate ottime amiche.
Mi sedetti sul mio letto dall’altra parte della stanza, sfilai le scarpe, tolsi la borsa a tracolla con dentro il mio uovo, la aprii cercando di non farle vedere il colore e infine estrassi il mio adorato flauto di legno, lavorato a mano.
“Posso?” le chiesi educatamente.
“Certo, non chiedere” rispose lei con un sorriso, che io ricambiai velocemente prima di abbassare lo sguardo sullo spartito.
La mia melodia ricordava un inno cantato dopo la guerra, mischiato assieme a note dolci, faceva venire sonno a chi la ascoltava, infatti, quando la terminai, Alice dormiva. La suonai per quasi tutta la notte, finché non mi addormentai con il mio uovo in braccio.
Fui svegliata da una brusca scrollata, era Alice e sembrava preoccupata.
“Muoviti, siamo in ritardo!” sibilò lei.
A quelle parole scattai in piedi, infilai l’uovo nella borsa e mi vestii velocemente.
Una volta entrate in classe, la professoressa guardò male Alice e ma e disse: “Pensavo ti fossi riposata abbastanza, ieri.”
All’improvviso proavi un profondo odio nei suoi conforti, ma come si permetteva! Le restituii lo sguardo e mi andai a sedere.

Le settimane passavano, io e Alice eravamo diventate inseparabili e avevamo fatto amicizia anche con altri compagni, ma nessuno sapeva del lago ed io non avevo ancora incontrato il mio “eroe”.
Dall’uovo di Alice era uscito un bellissimo canorso maschio, ma il mio non si era ancora schiuso, ero l’unica in tutta la scuola e temevo che il professor Filippo me lo togliesse.
Un giorno decisi di ricavare qualche informazione da Alice riguardo al lago, visto che era molto informata sulla scuola.
“Perché ti interessa? Alzò un sopracciglio e incrociò le bracia.
“Così, il professore mi ha incuriosita.”
Mi guardò ancora per un po’ in quella posizione cercando di capire se dicevo la verità, ma poi la sciolse e mi rispose: “Si dice che le sue acque attirino la gente come il canto delle sirene, poi vengono inghiottiti nell’acqua, ma ora non succede più.”
Un brivido mi percorse la schiena. “Perché non succede più?” cercai di chiedere ingenuamente.
“I maghi più potenti hanno lanciato un incantesimo, così il richiamo non fa più effetto.”
Su di me ha fatto effetto, eccome se lo ha fatto! “E se fa effetto nonostante l’incantesimo?”
Lei mi studiò di nuovo, ma poi rispose: “Per prima cosa è impossibile, ma se succedesse saremmo in grave pericolo”
“Perché?” La mia voce ormai era un flebile sussurro.
“La leggenda dice: ‘Se il richiamo qui ti porterà, la Sibilla in te risveglierà’.”
Non sembrava poi così brutto. “Chi è la Sibilla?”
Lei mi guardò sorpresa. “Non sai chi è?” esclamò.
“No.”
Mi squadrò incredula. “Be’, la Sibilla è un’entità malvagia dell’acqua, lei stessa è acqua, può assumere forme diverse e la controlla.”
Che c’era di malvagio?
“Se non avessi detto malvagia, potrebbe sembrare buona, vero?”
“A me sembra buona lo stesso.”
“Lo è la persona a cui lei dà questi poteri, ma poi… questa diventa cattiva!”
Non mi spaventava molto, dei poteri non mi avrebbero certo trasformata in una strega. “Ha altri poteri?”
Lei si fece scura in volto. “Sì, ed è per questo che diventa cattiva… Lei porta la morte a che le sta accanto, quindi è dai tempi antichi che viene considerata cattiva, così, stanca di cercare di non esserlo, si abbandona alla cattiveria, ma ci sono anche tanti altri poteri come resuscitare i morti ad esempio...”
Quello mi aveva letteralmente scioccata, ora sì, che avevo paura.

Più passava il tempo, più ero tentata di lasciare perdere il mio uovo, gli dedicavo un sacco di tempo, ma lui non ne voleva sapere di schiudersi e man mano diventava sempre più grande, così grande che fui costretta a lasciarlo in camera.
Ovviamente Alice era consapevole dell’uovo anormale che avevo, allora mi consigliò di dirlo al professore.
Subito la contraddissi, ma poi fui d’accordo con lei.
Il professore, ci accolse con un sorriso, ma vedendo le nostre facce, il sorriso scomparì. “Va tutto bene, ragazze?”
Mi feci avanti io. “Le devo mostrare una cosa, venga.”
Lui ci seguì nella nostra camera inespressivo, ma quando vide il grosso uovo nero steso per terra, iniziò a tremare. “Di chi è quell’uovo?” sussurrò.
“È suo” disse Alice.
Guardò me in preda al panico, poi lei e infine di nuovo me. “Date le dimensioni non può che essere un animusi da battaglia, detto anche aquilupo… Dove lo hai trovato?”
Mi ricordo quel giorno come se fosse ieri. “Nella stalla, però, per terra.”
“Dovevo aspettarmelo, ci ha ingannati tutti” disse lui cupo. “L’uovo si schiuderà tra pochissimo, devi suonargli solo una volta.”
Io andai a prendere il flauto, ma lui mi fermò.
“Prima chiamo la preside e gli altri professori, non si sa mai. E tu, Alice, resta lontana dall’uovo e da Diana.”
“Perché?” chiese triste.
“Lo sai.” E con questo, il professore si allontanò, ma Alice era rimasta pietrificata.
Io non avevo capito niente, ma finalmente avrei avuto un animusi tutto mio e non capivo neanche perché tutti fossero così preoccupati.
Gli adulti arrivarono di corsa, ma l’uovo intanto si crepò rumorosamente. Dalla cima spuntò un becco che cercava di uscire, allora composi velocemente una melodia di soli do e re acuti per dare forza al mio animusi.
Funzionò, l’animale che uscì era il più bello e maestoso che avessi mai visto. Aveva della bellissime ali nere, il corpo piumato, la testa era quella di un uccello, le zampe erano quelle di un lupo, bianche con dei lunghi artigli affilati, la coda assomigliava a quella di un gatto, nera con della penne di metallo ai lati. Era una sorta di grifone, lasciò tutti incantati.
“È una femmina” bisbigliò il professor Filippo.
Lei lo guardò ed emise una sorta di ringhio, il professore indietreggiò.
Io feci qualche passo aventi; lei, nel vedermi, ritrasse gli artigli, le penne d’acciaio e infine mi saltò addosso per leccarmi la faccia. La spostai delicatamente e le accarezzai il dorso.
“Ti chiamerò Siri” annunciai allegramente.
La preside sospirò e guardò Alice. “Abbiamo la Sibilla...” poi guardò me. “E la sua nemica giurata allo stesso tempo, ma soprattutto ancora bambine… diamoci da fare, questo è un colpo di fortuna che non si ripeterà.”
Alice nel vedere che la fissavo con gli occhi sbarrati, abbassò la testa.
Tutto si faceva più chiaro: lei era la Sibilla, la mia “eroina”, ma allora… chi ero io?

E dopo, cosa succederà?
Victorja ci ha molto incuriosito, vero?
Adesso vogliamo il seguito! 
;) Claudia 


venerdì 15 giugno 2018

Il primo giorno ad Armonia

Vi presento la prima storia della nuova raccolta, qui potete leggere l'inizio:


Questo racconto ci porta indietro nel tempo al primo giorno di Armonia. E quando dico primo, intendo proprio “il primo” in assoluto, dopo che la vita fu creata sul pianeta dei Musimaghi.
Per gli appassionati della Saga, ritroviamo Edoardo Leoni (lo ricordate, vero? Lo abbiamo incontrano nel romanzo “La Melodia Creatrice”, quando Giulia ha fatto il secondo viaggio nel tempo). Noi lo accompagneremo alla scoperta di Armonia.
La melodia creatrice è stata appena suonata e una nuova vita comincia per i Musimaghi che si sono rifugiati al di là del portale, dopo l’attacco degli Uomini della Scienza.
Pronti per un tuffo interdimensionale? 

Edoardo Leoni si mosse lamentandosi e cercò a fatica di aprire gli occhi.
Cos’è successo?
Si mise seduto e, dopo essersi sfregato energicamente il viso con le mani, sollevò le palpebre.
Una grande luce lo costrinse a proteggersi con un braccio.
Rimase per un attimo in attesa e sentì un lieve tepore riscaldargli la pelle: il sole.
Dunque siamo tornati nel mondo reale?
Poteva udire le voci soffocate e i sussurri degli altri Musimaghi. Percepiva le loro emozioni: erano stupiti e confusi.
Quando finalmente riuscì a guardarsi attorno, rimase stupefatto.
Era seduto nel bel mezzo di un grande prato verde, il cielo era terso, mentre il sole splendeva emanando una luce insolita.
Tutti i colori erano molto vividi e intensi.
Questo non è il nostro mondo.
Fece uno sforzo per richiamare alla memoria gli avvenimenti appena trascorsi.
Ricordava l’attacco che avevano subìto, la fuga di tutti i Musimaghi attraverso i portali per raggiungere il loro mondo segreto, quello che tutti conoscevano come l’Aldilà.
Sospirò allibito.
Questo posto è molto diverso, non è come lo ricordavo.
L’Aldilà era un luogo nebbioso e all’apparenza irreale, mentre l’ambiente dove si trovava in quel momento era simile al mondo reale in una bella giornata estiva.
«Ha funzionato.»
Si voltò e vide il suo amico fraterno, Lorenzo Accordi, abbracciare l’amore della sua vita, la bellissima Eleonora.
Edoardo sospirò, ma non sentì il familiare dolore al centro del petto che aveva sempre provato da quando lei aveva preferito Lorenzo a lui.
«Certamente.» Eleonora gli sorrise raggiante. «I nostri vecchi sono riusciti a fare l’incantesimo e nessuno è rimasto ferito.»
Incantesimo? Feriti?
Qualcosa, nell’animo di Edoardo, si agitò.
Ricordava vagamente. La melodia creatrice doveva essere suonata da un Musimago dalla mente imperativa e un sacrificio sarebbe stato richiesto, era quello che diceva l’antica profezia.
Se la nebbia era magicamente sparita dal loro nuovo mondo, sembrava che si fosse assiepata nella sua mente confusa.
Il contatto di una mano sulla sua spalla lo fece voltare e si trovò di fronte la vecchia e saggia Evelina Fedeli.
«Abbiamo suonato la melodia offuscante per tutti. Credimi è meglio così, soprattutto per te.»
Perché per me?
Poi fu travolto da un abbraccio. Era Lorenzo.
«Amico mio, siamo tutti salvi.»
Edoardo si sforzò di sorridere, ma aveva una strana tensione allo stomaco, un senso di perdita…
«Fratelli Musimaghi!» La voce potente del vecchio Accordi reclamò l’attenzione di tutti.
Lentamente la folla si radunò attorno a lui, capo spirituale e guida di tutti i Musimaghi.
«Oggi è il primo giorno della nostra nuova vita.»
Dopo qualche mormorio, si creò un silenzio carico di aspettativa.
«Un mondo nuovo è stato creato per noi, dai nostri desideri, grazie alla grande sciamana...»
Una sciamana?
Un’immagine apparve nella mente di Edoardo. Il volto di una giovane donna, leggermente imbronciato, con vivaci occhi verdi dai quali traspariva una grande forza interiore.
Io l’ho conosciuta, ne sono sicuro!
Provò una fitta di malinconia.
«Ci è stata donata la possibilità di vivere in un luogo sicuro, dove coltiveremo la nostra cultura e potremo vivere in perfetta armonia con il creato. Questo luogo si chiamerà...»
«Armonia!» Edoardo sussultò al suono della propria voce. Non sapeva perché, ma era sicuro che lei lo avesse chiamato così.
Si accorse che tutti si erano voltati verso di lui e sorrise alzando le spalle. «Era un’idea» si giustificò.
«Un’idea molto appropriata, figliolo.» Il vecchio Accordi sorrise e lo guardò con quei suoi occhi penetranti a cui nulla poteva sfuggire. «È deciso allora, questo luogo si chiamerà Armonia.»
Tutti applaudirono. Lorenzo gli assestò una pacca sulla spalla e lo guardò sottecchi, come se qualcosa non lo convincesse.
Si sentì imbarazzato, cosa alquanto strana per lui.
«E ora prendiamo i nostri flauti e intoniamo un canto rigenerante per la nuova terra e ringraziamo la nostra sciamana, per il suo sacrificio.»
Sacrificio?
Edoardo si fece sfuggire il flauto di mano.
In quel momento una fredda consapevolezza calò sul suo animo come una pioggia gelata: lei si era sacrificata per loro.
I Musimaghi intonarono la loro magia, ma lui non ce la fece.
Raccolse il flauto e si defilò allontanandosi dalla folla. Gli occhi si erano offuscati per le lacrime e un dolore che non riusciva a motivare gli dilaniò l’anima.
Il grande prato era delimitato da un bosco, ma qualcosa lo attirò nella direzione opposta.
Camminò senza riuscire a pensare lucidamente, tormentato da sensazioni confuse e dolorose.
Poi lo vide.
Un grande lago si estendeva di fronte a lui circondato da dolci colline boscose. Le acque erano torbide, ma calme, almeno in apparenza.
Si accucciò sulla riva e sfiorò la superficie come se volesse accarezzarla.
Questo lago ha un legame con lei.
Sospirò e sbatté le palpebre per scacciare le lacrime. Era un uomo d’arme, valoroso, impavido e non avrebbe dovuto lasciare che le emozioni lo travolgessero in quella maniera.
Il suo sguardo si perse tra le acque che parevano sussurrargli nella mente.
Chi è la sciamana? Perché provo questi sentimenti per lei?
«Perché l’hai amata.»
Si voltò di scatto e vide la saggia Evelina raggiungerlo e sedersi su uno scoglio accanto a lui.
«Pensavo fosse meglio fartela dimenticare, ma il tuo cuore non vuole farlo.»
L’ho amata?

Evelina annuì in risposta al suo pensiero. «Lei ti ha liberato.»
...


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Buona lettura
Claudia

mercoledì 13 giugno 2018

Novità per gli amanti della Saga di Armonia




"I Racconti di Armonia" è online, sia in edizione ebook che in quella cartacea!


La nuova raccolta di racconti (qui trovate la pagina del sito dedicata alla nuova opera) racchiude ben tre storie inedite in arrivo dal mondo di Armonia.

In attesa dell'uscita del prossimo romanzo "La Melodia dell'Onda"
ho deciso di raggruppare in questo unico volume 
i vari episodi della Saga alcuni inediti e altri che sono stati pubblicati separatamente 
per avere quello che possiamo considerare un nuovo volume della Saga.

Spero che queste storie siano di vostro gradimento! 
Buona lettura
Claudia 


domenica 10 giugno 2018

Delgado Andry - Corona Giulia


Delgado Andry

(Scuola Alighieri)
L'ANIMUSI LEO

Dopo aver passato la porta verde entrai nella scuola, vidi uno strano posto mai visto prima. C'era aria pulita qui, il prato era verde e grande, c'era anche un boschetto, c'erano degli orti, delle stalle con recinti, un campo sportivo con le gradinate, un laboratorio, una spiaggia e una casa con le camere, insomma era un luogo molto particolare. 
La preside ci accompagnò verso il prato grande e ci indicò le nostre camere, ci fece vedere la spiaggia e ci disse: “Di sera non dovrete di mai avvicinarvi al lago Sussurrante, altrimenti ci saranno gravi conseguenze”.
Ci mettemmo in cammino verso il campo sportivo in cui si giocava a Pallasuono e a Tornado. Pallasuono era uguale a pallavolo, ma si faceva suonando il flauto, invece Tornado era una corsa a ostacoli, ma gli ostacoli erano dei tornado che potevi fermare solo con la musica del flauto. 
Dopo aver giocato, la preside ci accompagnò nelle stalle dove c'era un maestro che aveva delle uova di colori diversi, ne diede una a ciascuno di noi. Io ebbi un uovo di colore blu e celeste, poi il maestro si presentò. “Ciao! Io sarò il vostro insegnante d'ora in poi, vi insegnerò come curare il vostro uovo, domani mattina dovrete venire qua alle otto”, poi aggiunse la preside “Ragazzi, adesso vi accompagno ai vostri dormitori, seguitemi”.
Quando arrivammo nei dormitori vidi un animaletto tutto bianco con gli occhi azzurri e con le ali, era nascosto dietro una pianta vicino alla porta d'ingresso del dormitorio, quando mi vide si spaventò e scappò nel bosco. Io feci finta di niente e proseguii con gli altri. In camera con me c'era un ragazzo di nome Luca era simpatico, con i capelli marroni, gli occhiali, altezza media; parlammo un po' della scuola e poi ci mettemmo a dormire. Il giorno seguente andammo dal maestro che ci insegnò come curare l'uovo e a un certo punto si raccomandò: “Il segreto per farlo schiudere è quello di suonare una melodia dolce, come ad esempio una ninna nanna”.
Io provai e l'uovo si inizio a schiudere, lentamente uscì fuori un strano animaletto: aveva una criniera folta a strisce nere e arancioni, era particolarmente forte e sembrava quasi che facesse un ruggito, era un leoti un leone unito a una tigre, era bellissimo!
Il maestro prese un collare, ci scrisse sopra “Leo” e mi diede una borsa in cui metterlo.
Io e Leo diventammo inseparabili. Un futuro meraviglioso ci stava aspettando...

 Corona Giulia

(Scuola D'Azeglio)


Ispirato al romanzo La melodia sibilante di Claudia Piano

Stavo riposando in fondo al lago, annoiata. Quando udii una dolce melodia e subito la percepii: percepii Giulia.
Giulia era la mia amica, l’unica che fosse riuscita a domarmi dopo la morte di Rodolfo.
Rodolfo Accordi era stato il mio umano, era la persona che mi nutriva e che mi capiva… Poi se ne era andato, all’improvviso. E io avevo iniziato a stare male, sempre più male… Le cose poi erano peggiorate quando qualcuno aveva buttato nel lago un oggetto infernale, capace di farmi impazzire.
Poi era arrivata Giulia. In lei avvertivo qualcosa di Rodolfo. Avevo capito solo dopo che era sua nipote.
Giulia e io eravamo diventate subito amiche e adesso eccola, era tornata, pronta ad affrontare un nuovo anno qui ad Armonia.
Emozionata risalii in superficie, ancora un po’ intontita. Ad un certo punto si avvicinò lui: l’amico di Giulia, Pietro. Si misero a suonare ed io cominciai a riacquistare energie. Poi mi avvicinai e loro fecero lo stesso. Lentamente mi salirono sul dorso e io sfrecciai sull’acqua felice come non mai. Ed ero ancora più felice perché sentivo il loro affetto, il loro divertimento, la loro allegria.
Dopo un po’ avevo perso la cognizione del tempo, ma capivo che era l’ora di tornare indietro. Così, a malincuore, cambiai direzione avviandomi a tutta velocità sulla via del ritorno. In un battito di ciglia fummo di nuovo sulla riva del lago. Pietro e Giulia esitarono: anche per loro quel tempo passato insieme era speciale e non avrebbero voluto che finisse. Sentivo che anche loro, come me, avevano spesso il desiderio di scappare via, di vivere liberi, e cavalcare le onde rappresentava tutto questo.
Poi scesero, mi ringraziarono e si allontanarono.
Sarebbero tornati un altro giorno per un altro viaggio come questo. Le giornate ad Armonia per me erano tutte molto simili, è vero, ma io non avrei potuto vivere in un posto migliore.

martedì 5 giugno 2018

I Racconti di Armonia - novità estate 2018!


Una nuova raccolta di racconti ambientati ad Armonia, scritti da me. Ho voluto raggrupparli tutti in questa unica opera affinché voi, Cari Lettori, non vi perdiate qualche importante avvenimento del mondo della Musicomagia

Infatti queste storie, alcune brevi, altre meno, narrano dei personaggi che avete ben conosciuto nella lettura della saga.
Alcuni racconti sono già stati pubblicati singolarmente, altri all’interno delle raccolte di racconti fatte dai ragazzi delle scuole.


E che ne pensate della copertina? Le rose, la musica e, tra le pagine, troverete la magia...

La raccolta è in fase di correzione, sotto l'occhio vigile dell'impagabile Leo. L'uscita è prevista per l'estate imminente, manca davvero poco, abbiate pazienza!
Anche questo volume sarà disponibile sia in edizione ebook che in cartaceo, per i collezionisti di Armonia. 

Claudia 

domenica 3 giugno 2018

Vernetti Emiliano - Gallo Edoardo

Vernetti Emiliano (Scuola D'Azeglio)


Ciao, sono Jack e ora vi racconto la mia esperienza nella scuola di Musicomagia.
All'inizio non sapevo tanto che scuola fosse. Quando poi sono entrato e ho visto questi strani animali, come ad esempio il canorso, ho capito subito che si trattava di magia.
Davanti a me è apparsa una giovane donna e velocemente mi ha detto: “Ciao, sono una ragazza del quinto anno”. Mi ha dato un uovo e mi ha detto di seguirla.
Sono arrivato in una grande stanza ed ho visto un po' di bambini radunati: lì una professoressa ci ha fatto schiudere un uovo. Quando si stava aprendo ho visto qualcosa di strano nell'uovo e, improvvisamente, ho sentito qualcuno che mi parlava: “Ciao!”. “Ciao” ho risposto senza capire chi stavo salutando.
Mi sono accorto che a parlare era il mio animusi, un essere mezzo scimmia e mezzo drago.
La professoressa che ci stava osservando mi ha detto: “Cosa hai trovato?”. 
Io ho risposto: “Non lo so.”
“Come non lo sai?”
Io l'ho fatta guardare nell'uovo e la professoressa sbalordita mi ha detto: “Tienilo bene, questo è un animusi speciale: è un dragoscimmia!”. Per tutto il giorno ho chiesto cosa fosse il dragoscimmia. 
Poi mi sono deciso a chiedere direttamente al mio animusi: “Sai cosa sei tu?” 
“No, non lo so”, mi ha risposto.
“Non pensiamo più a questo, pensiamo a come ti chiamerò.”
“Wallace!” mi ha suggerito.
“Perché no?” ho detto io “Andiamo in mensa.”
“Ma almeno sai dov'è?” mi ha detto Wallace.
“No” gli ho risposto.
Alla fine siamo riusciti ad arrivare in mensa e lì ho conosciuto due ragazzi.
“Che animusi è quello?” mi ha chiesto uno dei due.
“Mi puoi dire prima come ti chiami?” gli ho chiesto.
“Danny, e tu?”
“Io mi chiamo Jack e il mio animusi è un dragoscimmia.”
“Forte!” ha esclamato sbalordito Danny.
“Eh, sì!” ha risposto Wallace.
“Sa parlare!” ha detto l'altra ragazza.
“E tu chi sei?” gli ho chiesto io.
“Katy, e tu?” mi ha domandato.
“Lui è Jack” ha detto Danny.
E rivolgendosi a Wallace i due ragazzi gli hanno chiesto “E tu come ti chiami?”
“Wallace” ha risposto loro il dragoscimmia.
Il preside è entrato in mensa e ci ha dato le chiavi delle stanze: io, Danny e Katy siamo capitati nella stessa. Il preside ci ha mandato a dormire dicendoci: “Domani inizieranno le lezioni.”
Quando ci siamo svegliati abbiamo fatto ginnastica sul prato principale. Danny era così stanco che si stava addormentando addosso a me. 
Durante la colazione il nostro compagno Joe ci ha rubato i biscotti, ma noi per vendicarci gli abbiamo fatto uno scherzo: con il mio flauto gli abbiamo fatto cadere l'acqua addosso e poi siamo scappati.
Finita la colazione, ci hanno diviso in due gruppi. Io, insieme ad altri compagni, siamo andati in un campo simile ad un campo da hockey. Qui il professor Gentile ci ha spiegato le regole del gioco ufficiale della scuola: è come l'hockey ma per fare muovere la palla bisogna suonare una melodia con il flauto.
Abbiamo sfidato l'altro gruppo, dove giocava Joe, con cui non vado d'accordo; abbiamo vinto 2 a 1 e Wallace è rimasto a tifare per me tutta la partita.
Dopo pranzo siamo andati al corso di botanica: non è durato tanto perché Joe ha fatto impazzire la pianta magica con il suo flauto e siamo dovuti scappare tutti dalla classe.
Siamo tornati alle nostre stanze e Katy ha incominciato a parlare della partita perché anche lei è stata convocata insieme a me nella prima squadra della scuola.
A Danny, invece, non interessava perché a lui piaceva di più il controllo della Musicomagia.
Alla sera tutti e tre eravamo così stanchi e felici che ci siamo addormentati di colpo nei nostri letti e ci siamo svegliati solo la mattina successiva.



Gallo Edoardo (Scuola Alighieri)


Tutti sapevamo che la nostra scuola era speciale, da lì uscivano armonie magiche e nelle nostre stalle allevavamo animali che nutrivamo con le nostre melodie.
Quella mattina il professor Filippo entrò in classe e dopo averci salutato ci disse:
“Forza ragazzi, mettetevi la giacca che andiamo alle stalle!”
Non ci sembrava vero! In due minuti ci eravamo vestiti e stavamo andando alle stalle, ma non sapevamo perché. Quando fummo arrivati il professore disse:
“Bene ragazzi, queste sono uova di animusi, sceglietevene uno a testa e abbiatene cura.”
Increduli cominciammo a prendere le preziose uova; io scelsi un uovo di gheparaquila: un incrocio tra ghepardo e aquila.
Ero emozionato all'idea che l'uovo fosse sotto la mia responsabilità; lo accudivo con attenzione e il quinto giorno l'uovo cominciò a scricchiolare e a muoversi.
Non sapevo cosa fare!
Decisi di correre dal professore, ma non feci a tempo: l'uovo incominciò a schiudersi, prima spuntarono le ali e appena l'uovo si aprì completamente uscì tutto il corpo.
Ero emozionato, la creatura che avevo accudito con tanta attenzione era lì davanti a me, bellissima: testa di aquila e corpo di ghepardo alato.
Conservai i resti dell'uovo, come ricordo, ma all'improvviso il guscio rotto divenne d'oro! Lo nascosi in fretta e altrettanto in fretta cresceva il mio gheparaquila forse perché ogni volta che avevo un po' di tempo, gli suonavo una melodia con il mio flauto. Tutti ammiravano il mio animusi e mi dicevano:
“E' bellissimo! Chissà quando comincerà a volare?”
Anch'io me lo chiedevo e il fatto che non ci provasse neanche mi faceva riflettere; forse era colpa mia che non lo avevo mai spinto a provare.
Un giorno andai dal professore Filippo e mi sfogai:
“Professore, il mio animusi cresce ed è bellissimo ma non ha ancora provato a volare!”
Lui mi sorrise e mi disse:
“Se ancora il tuo animusi non ha provato a volare, vuol dire che non è ancora pronto. Dagli tempo”.
Tornai in camera più tranquillo. Dopo qualche giorno ero in camera a provare una melodia particolarmente difficile che non riuscivo a eseguire, il mio animusi mi guardava inquieto finché, finalmente, riuscii ad eseguire la mia melodia e nello stesso momento il mio gheparaquila cominciò a sbattere le ali sempre più forte.
All'improvviso si avvicinò alla finestra aperta e spiccò il volo!
Non riuscivo a crederci: volava sicuro, maestoso e con grande velocità e quando ritornò da me mi accorsi di avere le lacrime agli occhi per l'emozione!

mercoledì 30 maggio 2018

Naufraghi - gratis


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Buona lettura

Claudia 😊