Ciao, sono Claudia, questo è il mio blog :) Invento storie e scrivo romanzi fantasy, benvenuti nel mio mondo!

giovedì 30 gennaio 2020

A Prima Vista - Armonia - racconto spinoff



Da oggi potete leggere il mio racconto gratuito ambientato ad Armonia scaricandolo gratuitamente in  ebook dal mio sito, nel formato che preferite, oppure online, qui sul blog.

Questa è letteralmente una “prima vista” sul mondo della Musicomagia.
A Prima Vista” è un racconto ambientato alla scuola di Armonia. Filippo ha quattordici anni ed è al suo primo giorno di scuola, quando incontra Diana.
È completamente indipendente dagli altri romanzi, è un episodio a sé stante. Per chi avesse già letto La Melodia Sibilante”, sarà un modo per scoprire qualcosa di più sui due professori, mentre per chi non avesse mai letto nulla sarà un assaggio di Armonia e del mio mondo.

Filippo si svegliò con un sussulto. L'odore forte del fieno gli pizzicò il naso ricordandogli improvvisamente cosa fosse successo. Aveva dormito nelle stalle.
Sentì un movimento accanto al suo grembo e abbassò lo sguardo. Dalla borsa porta uovo uscì la testolina bruna della piccola Ciarli.
Filippo sorrise e un dolce languore gli rimescolò lo stomaco. Aveva provato un'emozione indescrivibile quando la sua dolce Ciarli era venuta alla luce. Le era stato accanto in ogni momento suonando il suo flauto per darle forza, come aveva detto il professore.
«Allora, ragazzo.» Una voce profonda lo destò dai suoi pensieri. Era il professore Rodolfo Accordi, insegnante di “Cura degli Animusi”. Era un uomo alto e robusto, portava i capelli castani piuttosto lunghi, quasi alle spalle, aveva penetranti occhi azzurri; barba e baffi contribuivano a rendere la sua espressione un po' austera. «Tutto bene? Come sta la tua piccola canorso
Filippo si alzò immediatamente, come se fosse stato sorpreso a fare qualcosa di poco lecito. Si spazzolò i pantaloni e aiutò Ciarli a uscire dalla borsa. In effetti si sentiva in imbarazzo per come la sera prima avesse pregato il professore, quasi implorandolo, finché non gli aveva concesso il permesso di rimanere alle stalle per assistere alla nascita del suo animusi.
«Mi sembra che stia bene.» La sollevò appena per mostragliela. Era molto buffa, sembrava in tutto e per tutto una cagnolina, anche se, con le sue piccole orecchie stropicciate che sparivano tra il pelo folto e gli occhi ancora chiusi, assomigliava a una talpa.
I canorsi, come tutti gli animusi, erano creature magiche create dall'unione di due animali, appunto il cane e l'orso. Erano forti come gli orsi, ma rimanevano di una taglia molto più piccola, al massimo come un cane lupo.
«Suona per lei» disse il professore «e poi fila a lavarti, tra poco comincia la lezione di ginnastica mattutina.» Il suo tono era burbero, ma il ragazzo vide nei suoi occhi una certa condiscendenza.
Filippo nutrì la sua piccola suonando una breve melodia. Gli pareva ancora così strano che bastasse la musica del suo flauto per darle da mangiare.

Sua mamma lo aveva cresciuto raccontandogli fantastiche storie su Armonia, la magica scuola che lei aveva frequentato e di cui era rimasta innamorata. Purtroppo lei era morta tre anni prima, suo padre aveva subito venduto la casa e la fattoria dove era cresciuto e da allora avevano abitato in un piccolo appartamento in città. E di lei era sparita ogni traccia.
A Filippo mancava ogni giorno e ogni momento, aveva sperato che iscrivendosi a quella scuola avrebbe ritrovato una parte di lei. In realtà temeva che ogni cosa gli avrebbe parlato troppo di lei e che sarebbe stato in un continuo crogiolarsi nel dolore della sua perdita. Incredibilmente, invece, da quando aveva messo piede ad Armonia, era sereno. Percepiva la presenza della madre ovunque, gli tornavano in mente le sue parole, la descrizione dei colori brillanti, degli odori. La sentiva vicino al suo cuore, ma non provava dolore, solo un vago senso di malinconia, come un qualunque adolescente lontano per la prima volta dai propri genitori.
Ancora stentava a credere di essere finalmente arrivato anche lui al suo primo anno di Musicomagia. Aveva aspettato con ansia quel giorno da sempre.
Infilò Ciarli nella borsa e uscì.
Il prato grande che si estendeva davanti alle stalle era deserto. Probabilmente i ragazzi del primo anno dormivano ancora tutti. L'erba era di un verde intenso e nell'aria aleggiava un dolce profumo di rose.
Proprio mentre stava per avvicinarsi alla Sala Comune, sentì lo scampanellio che annunciava la sveglia.
Erano arrivati il giorno prima e, dopo aver ricevuto il loro uovo di animusi, erano stati condotti nelle stanze al piano superiore. Lì, nelle graziose camerette in legno, dove una finestra regalava una splendida vista sul Lago Sussurrante, avevano trovato le loro divise: maglietta bianca a maniche corte con il colletto e tre bottoni, pantaloni grigi e una giacca di lana verde scuro col cappuccio con dietro ricamato il loro cognome.
Sentì un profumo di pane fresco appena sfornato provenire dalle cucine, ma prima di fare colazione dovevano recarsi tutti sul prato grande per la ginnastica mattutina.
Fu in quel momento che le vide arrivare. Due ragazze. Le aveva adocchiate di sfuggita il giorno prima, nonostante fosse incantato dalla visita alla scuola, non aveva potuto fare a meno di notarle. Probabilmente erano sorelle, entrambe avevano i capelli rossi e brillanti occhi azzurri.
A parte quei due particolari di certo non comuni, non potevano essere più diverse. Una aveva i capelli lunghi, un aspetto esile, fragile, il suo sguardo era dolce e aveva suscitato in lui un immediato istinto protettivo. Liliana. Aggraziata nei movimenti, sorridente, un'espressione costantemente sperduta e impaurita dipinta sul bellissimo volto.
Non era lei, però, la ragazza che stava fissando un po' imbambolato.
Diana. La sorella. A una prima occhiata di spalle l'aveva scambiata per un ragazzo perché il suo fisico era asciutto e la sua postura era fiera, impettita, quasi prepotente. Portava i capelli cortissimi e il suo sguardo gli aveva perforato occhi e cervello, per giungere direttamente al cuore. L'intensità della sua espressione agguerrita teneva qualsiasi altro ragazzo al proprio posto, lontano da lei e dalla sorella.
Filippo si vergognava ad ammettere che la sua prima occhiata gli aveva fatto un po' paura. Poi il viso di lei si era come trasformato. Mentre portava l'attenzione alla sorella, una dolcezza immensa era affiorata sui lineamenti duri e Filippo aveva visto, per un brevissimo istante, il cuore della giovane emergere e regalare all’adorata sorella un tenero sorriso rassicurante.
Non era durato che un momento, ma era bastato per penetrargli nell'anima.
Sbatté le palpebre per un attimo e si ritrovò a fissare lo sguardo pungente di lei che lo rimproverava con malcelato disappunto per il suo atteggiamento inopportuno.
«Qualche problema?» gli chiese.
Aveva una voce meravigliosa e, nonostante si fosse impegnata per darle un tono tagliente, Filippo non poté fare a meno di sorriderle.
«Mi chiamo Filippo.» Tese la mano.
Diana lo fisso, mente Liliana gentilmente allungava la sua «Piacere, io sono Liliana e lei è mia sorella Diana.»
La sua stretta era talmente debole che Filippo ebbe paura di farle male. Le sorrise educatamente e poi si voltò verso Diana, la quale lo degnò appena di un cenno ed emise una sorta di grugnito molto seccato.
Accidenti, quella ragazza era davvero indisponente, sembrava proprio facesse di tutto per tenere chiunque alla larga da lei, ma principalmente, pensò Filippo, da sua sorella.
Si voltò e sorrise tra sé assaporando la sfida. Aveva domato animali ben più selvaggi.
Suo padre possedeva, oltre alla fattoria, un fantastico maneggio, Filippo era cresciuto tra gli animali, domestici o meno. Aveva coltivato la sua passione per ogni essere vivente, la capacità e la pazienza necessarie per avvicinare qualsiasi creatura e guadagnarsene la sua fiducia.
A colazione Filippo si sedette proprio di fronte alle sorelle, non riusciva a staccare gli occhi di dosso a Diana, sperando che si lasciasse ancora sfuggire quel fantastico sorriso.
La lezione di “Cura degli Animusi” fu il solo momento in cui allentò un poco l'attenzione. Le spiegazioni del professor Rodolfo lo affascinarono. Li divise in gruppi e raccontò a ognuno di loro come prendersi cura di quelle particolari creature. Filippo fece in modo di finire assieme a Diana.
Proprio mentre il ragazzo stava suonando nella stanza dei canorsi, udì un sussulto alle sue spalle. Si voltò immediatamente, perché sapeva che proveniva da lei.
«Che succede?» le chiese dolcemente.
Diana aveva tirato fuori dalla borsa il suo uovo, era tutto venato e lei era molto preoccupata.
«Devo andare a cercare il professore! Forse l'ho scontrato e l'ho rotto...» Fece per correre via, ma Filippo l'afferrò per un braccio guadagnandosi un'occhiataccia.
«Aspetta, si sta schiudendo.» Si avvicinò per guardare meglio ed effettivamente si poteva vedere che la piccola creaturina all'interno si stava muovendo agitata.
Diana lo osservò per un attimo smarrita. «Che devo fare?» Era strano vederla insicura.
Filippo provò una grande tenerezza nei suoi confronti, non era poi così dura come voleva far credere.
«Ti aiuto io.» La condusse fuori in un angolo tranquillo, alzò appena lo sguardo e vide che era molto tesa. «La mia Ciarli è nata stanotte, quindi so cosa si deve fare, me lo ha spiegato il professore.» Si accucciò e posò l'uovo per terra su di un mucchio di fieno.
Prese il flauto e suonò per l'animusi. Diana tratteneva il respiro e la sua attenzione era totalmente presa dall'uovo. Filippo fu molto efficiente e sfruttò tutta la sua esperienza passata in fatto di animali, alternando melodie e spiegazioni. Si sentiva un vero secchione.
Diana però lo ascoltava seria e sembrava aver abbassato la guardia almeno un poco. Forse si stava guadagnando la sua fiducia.
Non passò molto tempo che l'uovo si ruppe definitivamente. Ne uscì un batuffolo nero, che si srotolò annusando l'aria attorno ad esso.
«È un canorso!» disse Filippo entusiasta. Sorrise e alzò lo sguardo su Diana.
La ragazza aveva teso le mani verso la creaturina pelosa e il suo viso si era illuminato tradendo la grande emozione che stava provando in quel momento.
Filippo s'incantò. «Meravigliosa...» sussurrò e ovviamente non si riferiva alla creatura, ma a lei.
Diana la sollevò e l'avvicinò al suo viso socchiudendo per un attimo gli occhi.
Filippo pensò che sarebbe potuto morire, lì, sul colpo... e ne sarebbe stato felice... ma da quando era diventato così sdolcinato e rammollito?
Poi l'incantesimo si ruppe e lei aprì gli occhi sorprendendolo a fissarla.
Entrambi abbassarono lo sguardo imbarazzati.
Per fortuna in quel momento arrivò il professore «Allora, che succede qua?»
Si rivolse a Diana perché gli porgesse l'animusi.
«Bene! È un bel maschio!» la sua risata burbera mascherò il suo sguardo indagatore che si posò su Filippo.
Il ragazzo ebbe l'impressione che gli avesse letto chiaramente l'anima e i suoi sentimenti, si sentì messo a nudo.
Il professore si allontanò.
Filippo per stemperare l'imbarazzo, tirò fuori la sua Ciarli e la mostrò a Diana. «Anche io ho un canorso.» Sorrise tenendo gli occhi bassi «Tu hai già scelto il nome?»
La ragazza annuì. «Lo chiamerò Poldo.» Accennò un mezzo sorriso.
Fu quello che impedì a Filippo di ridere, perché il nome Poldo era davvero buffo, ma detto da lei e con quell'espressione… Sospirò.
«La mia è una femmina e l'ho chiamata Ciarli...» Azzardò a guardarla. «Magari diventeranno amici...»
Diana restituì lo sguardo stringendo le labbra.
«Magari anche noi potremmo diventare amici...» continuò Filippo.
Vide chiaramente che la ragazza si chiudeva a riccio, quasi spaventata e lo guardava con molta diffidenza, fece per allontanarsi.
Fu come ricevere uno schiaffo. Non poté fare a meno di sospirare.
Diana, però, si fermò e si voltò di nuovo verso di lui, si schiarì la voce. «Grazie» disse talmente piano che Filippo pensò di esserselo immaginato.
Poi Diana corse via tenendo stretto a sé il suo Poldo.
Filippo sentì una mano posarsi sulla sua spalla e si voltò. Il professor Rodolfo lo guardava come chi la sa lunga.
«Non ti arrendere, ragazzo.» Gli strinse la spalla. «Le donne sono le creature più difficili da domare» ridacchiò.
Filippo sorrise e annuì, non avrebbe rinunciato tanto facilmente a quella sfida, pensò tra sé.

Il tocco profondo della campana che scandiva le ore, li avvertì che la lezione era finita. Dovevano recarsi a “Musicomagia”.
Mentre si allontanavano dalle stalle incrociarono un giovane in maglietta verde chiaro, terzo anno. Era alto, abbronzato; i capelli biondi spettinati e il mezzo sorriso contribuivano a dargli un'aria strafottente.
«Che ci fai qui, Carlo?» La voce del professore gli diede il suo rude benvenuto. «Non lo sai che solo i pivelli sono ammessi per i primi due giorni?» Stava scherzando.
«Pensavo avessi bisogno di me.» Aveva un tono un po' troppo arrogante, pensò Filippo.
Mentre li superava, si voltò a fissare la bella Liliana senza celare minimamente il suo interesse. «Buongiorno, piccola meraviglia.»
Liliana arrossì e allungò il passo, mentre Diana si bloccò per fronteggiarlo; Filippo era sicuro che il suo sguardo fosse di fuoco e che sarebbe stata pronta a fare a pugni con quel bel giovanotto che era il doppio di lei.
«Vieni a lavorare.» Il professore lo raggiunse e lo portò via, prima di scatenare ulteriori reazioni.
Diana strinse i pugni, fece un respiro profondo e si voltò per raggiungere la sorella. Incrociò appena lo sguardo di Filippo che si stupì perché la sua espressione era ancora più furente di come l'avesse immaginata.

La lezione teorica era tenuta in un'aula dall'altra parte del prato grande. Filippo si sedette dietro alle due sorelle, ma non sentì una parola di quello che la professoressa Gloria Orchestri disse loro per spiegare come funzionava la Musicomagia.
Percepiva la tensione di Diana che si sentiva responsabile per la sorella e voleva difenderla. Filippo non poté fare a meno di fantasticare su come avesse potuto quella ragazza arrivare a porsi addirittura a guardia del corpo della sorella. Cosa avevano vissuto? Si sentiva incredibilmente curioso nei loro confronti. Certo, Liliana era sicuramente una ragazza bellissima e doveva aver avuto molti ammiratori, magari l'avevano fatta soffrire, ma...
Anche Diana era bellissima, in egual misura, anche se sembrava negare la propria femminilità. Perché vi aveva rinunciato? E perché si sentiva in dovere di essere forte a tutti i costi?
Seguì la seconda lezione teorica “Uso coscienzioso della Tecnologia” e Filippo non si accorse di nulla. Si alzò per uscire dall'aula solo perché vide alzarsi le ragazze davanti a lui.
Accidenti, se non fosse sceso con i piedi per terra, avrebbe fatto presto qualche brutta figura.
Nell'ora successiva, c'era la lezione di “Pattinaggio”; dovevano attraversare il prato grande per raggiungere il campo sportivo che si trovava dal lato opposto rispetto alla Sala Comune. Mentre seguiva i suoi compagni, Filippo aveva l'impressione di sentire la dolce voce di sua mamma che gli raccontava del suo primo giorno di scuola, sorrise tra sé.
Si sentì tirare per un braccio, si voltò e gli mancò il fiato. Diana stava davanti a lui, sembrava volesse dirgli qualcosa, aveva una certa urgenza dipinta sul volto.
«Che succede?» le chiese Filippo.
Diana decise di trascinarlo via, invece di spiegargli, lo precedette correndo verso le stalle. Filippo ovviamente la seguì incuriosito.
Entrò poco dopo di lei e appena si fu abituato alla penombra vide Liliana seduta a terra. Subito si avvicinò preoccupato che stesse male, in cuor suo si era fatto l'idea che la ragazza dovesse essere delicata e cagionevole di salute.
Poi si rilassò un pochino quando vide che era china sul suo uovo in procinto di schiudersi.
«Non trovo il professore» disse Diana piano. Poi ordinò: «Aiutaci» alzando su di lui uno sguardo implorante, anche se pareva si aspettasse una risposta negativa.
Filippo fu travolto da una serie di sensazioni che lo confusero. L'euforia, innanzitutto, per il solo fatto che lei lo avesse cercato e lo ritenesse in grado di aiutarle; aveva fiducia in lui. Nello stesso tempo, però, provò una sorta di sofferenza nel vedere la sua diffidenza, come se troppe volte le fosse stato negato un aiuto richiesto.
Sorrise, accorgendosi che lei era ancora in trepida attesa della sua risposta e annuì.
Come aveva fatto per l'uovo di Diana, così si occupò di quello della sorella, raccontando alle ragazze qualche sua esperienza passata. Gli venne in mente quella volta in cui suo padre aveva chiesto il suo aiuto per la nascita di un puledrino, parlare lo aiutava a concentrarsi e a mantenersi calmo.
Tra chiacchiere e melodie anche l'uovo di Liliana si schiuse e ne uscì una topogallo tutta rosa.
«La chiamerò Fiore» disse Liliana con voce emozionata.
«Allora, ragazzo, stai cercando di rubarmi il lavoro?» La voce del professor Rodolfo Accordi li fece trasalire. Sembrava sempre sbucar fuori dal nulla.
Filippo si voltò allarmato, ma, vedendo il sorriso soddisfatto dell’uomo e dopo aver ricevuto la consueta pacca sulla spalla, si rilassò.
S'irrigidì, però, dopo un istante. Carlo fece il suo ingresso e si mise a fianco al professore incollando il suo sguardo inopportuno sulla bella Liliana.
Il professore non diede spazio alla reazione di Diana. Si fece avanti e mettendo un braccio sulle spalle di Liliana la condusse via. «Resterai un po' qua con me, così ti spiegherò come prenderti cura di lei.» Poi alzò lo sguardo su di loro. «Carlo, vai subito a fare il giro dei recinti esterni e voi due, filate a lezione!» Diana era tesa, non voleva lasciare la sorella. «Ci penso io a lei» aggiunse il professore per rassicurarla.
«Dai, andiamo.» Filippo le sfiorò il braccio e si voltò per uscire. Così si avviarono verso il campo sportivo.
«Come te la cavi con i pattini?» chiese Filippo per stemperare l'imbarazzo del silenzio.
Diana fece un sorriso storto da dura. «Vedrai» e detto quello allungo il passo in una corsa.
Filippo sorrise e la seguì. Ovviamente era anche molto competitiva, pensò, avrebbe dovuto immaginarlo.

A pranzo, Filippo sedette nuovamente di fronte a Diana, le sorrise mentre ripensava all'allenamento sui pattini, era stata davvero molto brava, aveva stupito tutti quanti con la sua velocità ed eleganza. Il ragazzo stava proprio facendole i suoi complimenti, quando la vide irrigidirsi e serrare la mascella. Che aveva detto di male?
Seguì il suo sguardo e capì di non avere nessuna colpa, la sedia accanto alla sua si mosse all'indietro e un sorridente Carlo si sedette proprio davanti a Liliana. Con atteggiamento altezzoso e da spaccone, cominciò a vantarsi raccontando di come il professor Accordi, che lui chiamava amichevolmente Rodolfo, ormai lo considerasse la sua spalla. «Non può far nulla senza di me» disse con strafottenza.
Filippo si indispettì, non gli piaceva per niente quel Carlo, non solo perché stava facendo infuriare Diana, ma traspariva da lui una mancanza di rispetto per il loro professore.
Parlava con Liliana, senza degnare Diana e Filippo di uno sguardo. Liliana lo ascoltava un po' imbarazzata, ma senza dire una parola.
«Dopo pranzo ti porto a vedere il lago, piccola.» Le strizzò l'occhio e sorrise sicuro di sé, senza attendere una risposta.
Quello fu troppo per Diana, guardò la sorella che le sussurrò qualcosa all'orecchio.
«Abbiamo già un impegno» disse secca.
Carlo la guardò infastidito, come se fosse un insetto ronzante senza alcuna importanza.
«Che c'è, marmocchia?» le disse perfidamente «Sei gelosa?» La squadrò con insistenza come se la stesse valutando, in un modo che a Filippo non piacque per niente.
Diana non rispose, ma strinse le posate fino a farsi sbiancare le nocche.
Carlo si alzò e si rivolse a Liliana in malo modo. «Sbrigati, piccola, ti aspetto fuori.» Si allontanò.
Filippo non fece in tempo a dire né a fare nulla, Diana aveva mollato tutto e lo stava seguendo.
In quel momento Filippo si sentì combattuto. La sua natura tranquilla e conciliante gli suggeriva di farsi gli affari suoi e tenersi lontano dai guai. Carlo non gli piaceva per niente e onestamente faceva anche un po' paura; era grande e grosso e decisamente molto cattivo. Non poté trattenersi, però, dal seguire Diana. Mentre usciva cercando di non urtare nessun compagno e di non dare nell'occhio ai professori, capì che voleva aiutarla.
Varcata la soglia della Sala Comune si guardò attorno, ma nel prato grande non vide né Diana né Carlo. Allora non perse tempo e corse verso il lago.
Arrivò alla spiaggetta, deserta. Lo splendido e maestoso Lago Sussurrante si mostrò a lui con le sue placide e immobili acque verde scuro. Il senso di pace che emanava era in netto contrasto con l'agitazione che rimescolava l'animo di Filippo.
Tornò immediatamente verso il prato grande. Scorse da lontano Carlo che si allontanava in direzione delle stalle, sembrava che fosse sbucato dal boschetto dietro alle aule e si guardava attorno con circospezione.
Filippo si sentì raggelare. Dov'era Diana? Corse nella direzione opposta e si precipitò tra gli alberi. Non ci mise molto a trovarla. Era accovacciata a terra e stava cercando di rialzarsi. Le sue braccia tremavano, forse di rabbia.
«Diana!» Si avvicinò a lei di corsa.
La ragazza alzò lo sguardo verso di lui. Aveva il viso sporco di terra e sangue.
Accidenti, era ferita. Si accucciò accanto a lei. «Come stai? Che ti ha fatto?»
Diana non rispose, aveva il fiato grosso e stava cercando di trattenere le lacrime.
«Dobbiamo dirlo al professor Rodolfo.» Filippo sentì la rabbia scuoterlo nel profondo; era un sentimento nuovo per lui, non era solito provarla. L'unica volta che si era arrabbiato era stato dopo la morte di sua madre, ma era stata una reazione contro nessuno in particolare, invece adesso era indirizzata tutta verso Carlo, voleva fargliela pagare.
Diana scosse la testa.
«Perché no?» le chiese esasperato.
«Me la voglio cavare da sola, altrimenti non la smetterà di dar fastidio a Lili.» La sua voce era roca, cercò di alzarsi, ma vacillò.
Filippo fece per dire qualcosa...
«Non intrometterti» gli disse brusca, ma gli permise di sorreggerla.
Filippo sospirò sconsolato, voleva aiutarla, ma capì che doveva rispettare la sua decisione. «Ti porto in Sala Cure.»
La professoressa Gloria era di turno e fortunatamente non fece troppe domande su come Diana si fosse ferita il viso in quel modo, Filippo aveva raccontato che era caduta cercando di salire su di un albero.
Diana fu curata. Il canto curativo suonato dalla professoressa, sbalordì Filippo. Diana stringeva i pugni, quindi probabilmente era leggermente doloroso, ma la sua pelle si risanò sotto lo sguardo incredulo del ragazzo. Rimasero solo alcuni segni dove le ferite erano state più profonde.

La giornata fu lunga e faticosa; le lezioni continuarono al pomeriggio e si alternarono nozioni teoriche a quelle pratiche. Filippo conobbe il Signor Giorgio, un uomo gentile di cui gli aveva parlato tanto sua mamma. Erano stati compagni di scuola e molto amici; non era un professore, ma curava la serra e gli orti, aveva un animo dolce e pacifico.
Impararono una semplice melodia per annaffiare le piantine più piccole. Una leggera nuvola di vapore si condensò davanti ai loro occhi increduli, raccogliendo tutta l'acqua presente nell'aria e lasciando goccioline di rugiada su foglie e petali, parevano piccoli diamanti.
Terminata la lezione, mentre si allontanavano, Filippo aveva ancora il cuore pieno di emozione, vide un bellissimo fiore viola e, facendosi coraggio, lo colse per offrirlo a Diana. Era un po' timoroso della sua reazione, forse lo avrebbe rifiutato? O forse lo avrebbe preso in giro? Certo, non si sarebbe aspettato la sua freddezza.
Diana prese il fiore dalle sue mani, squadrandolo con severità, poi si voltò verso la sorella e glielo porse. «Hai visto Lili? Filippo ti ha regalato un bel fiore...»
Il ragazzo, se pur emozionato per aver sentito pronunciare il proprio nome da lei, rimase perplesso. Diana non aveva preso in considerazione nemmeno per un secondo l'ipotesi che il fiore fosse per lei.

Alla stanchezza si accumulò la tensione che lo aveva accompagnato per tutto il giorno. Carlo continuava a ronzare loro attorno e Diana ogni volta s'irrigidiva. Filippo non poteva fare a meno di notare i segni delle piccole ferite sul volto di Diana e gli veniva voglia di reagire contro Carlo.
Alla fine della lezione teorica sugli animusi, Filippo si era attardato fuori dall'aula, perché Ciarli stava provando a fare i suoi primi passi e Rodolfo si era raccomandato di abituarla presto a camminare da sola.
Non poté proprio fare a meno di ascoltare la conversazione che si teneva all'interno.
La voce era tanto timorosa che subito non la riconobbe, ma era Carlo, si stava difendendo, dalle osservazioni del suo professore.
«Lo sai bene, Carlo, che se vuoi mantenere il tuo ruolo di aiutante, al mio fianco, il tuo comportamento dovrà essere impeccabile.» Il tono era duro e inderogabile.
«Certo professore...» Carlo stava quasi piagnucolando «La prego mi dia un'altra possibilità...»
«Se darai ancora fastidio ai ragazzi del primo anno...»
Filippo trattenne il fiato, forse la situazione si sarebbe risolta, Rodolfo aveva capito quello che era successo, senza bisogno di fare la spia.
«Non è colpa mia, quella ragazzina, mi sfida di continuo, è stata lei ad aggredirmi nel boschetto!»
Che falso! Filippo si sentì contorcere le budella, avrebbe voluto entrare e dire a Rodolfo tutta la verità.
«Non importa! Tu sei più grande e devi mantenere l'ordine, se lei è un'attaccabrighe, non darle motivo di prendersela con te.»
Filippo approfittò di un momento in cui Ciarli si era fermata a riposare e l'afferrò veloce per filare via. Non voleva proprio essere sorpreso a origliare.

Durante la cena, la Sala Comune era ancora piuttosto deserta, i ragazzi più grandi sarebbero arrivati il giorno successivo. Carlo si sedette ancora al loro tavolo. Evidentemente il discorso di Rodolfo non era servito a molto. Filippo pensò che forse Diana aveva ragione, bisognava farsi valere, altrimenti avrebbero continuato a subire la sua presenza indesiderata. Era contrario alla violenza e, in tutta onestà, non aveva mai fatto a pugni con nessuno. Si stava lambiccando il cervello per trovare una soluzione.
Carlo sembrava perfettamente a suo agio, l'unica persona che forse gli metteva un po' di soggezione era il professor Rodolfo. Nonostante le sue sbruffonate dette a pranzo, ogni qualvolta il professore lo chiamava, Carlo scattava prontamente.
Diana era stata chiara, non voleva che Filippo facesse la spia, ma forse...
Finita la cena Carlo invitò nuovamente Liliana a seguirlo e quella volta l'aspettò. Liliana non si alzava, Carlo sbatté le mani sul tavolo «Ho detto, andiamo a fare un giro!»
L'attenzione di tutti si rivolse al loro tavolo e Carlo se ne accorse, bastò un'occhiata di Rodolfo per fargli abbassare la cresta.
Con un sorriso falso dipinto sul volto, il ragazzo si raddrizzò. «Io ti aspetto fuori» disse dolcemente, ma i suoi occhi non lo erano affatto. «E non mi piace aspettare!» sibilò spietato a voce bassissima.
Detto ciò uscì.
Filippo si voltò subito a guardare Diana; stava a testa bassa, aveva gli occhi chiusi e fremeva di rabbia.
«Lascia che me ne occupi io» le disse di slancio.
La ragazza aprì gli occhi di scatto, quei fantastici occhi sempre agguerriti. «Pensi di essere più forte di me?» lo attaccò.
Filippo scosse la testa e sorrise, in realtà non lo pensava affatto, ma non aveva intenzione di affrontarlo fisicamente.
Diana non gli diede il tempo di ribattere, si alzò. «Tu resta con lei» disse rivolta a Filippo.
Il giovane rimase molto stupito, affidargli la sua preziosissima sorella era un atto di estrema fiducia e se ne sentì lusingato, ma in quel momento non era Liliana ad aver bisogno del suo aiuto.
«Per favore» disse alla fragile fanciulla «puoi rimanere qui con i professori?» Se l'avesse abbandonata, Diana non glielo avrebbe mai perdonato.
Liliana lo guardò smarrita.
Filippo allora si avvicinò alla professoressa Gloria Orchestri e le chiese se potesse accompagnare in stanza la sua compagna perché non si sentiva bene.
La professoressa annuì preoccupata e subito si avviarono assieme fuori dalla Sala Comune.
Filippo si lanciò all'inseguimento di Diana, quella volta l'avrebbe fermata.
Per fortuna la vide mentre si dirigeva verso il sentiero che conduceva al Lago.
«Diana, aspettami!» urlò
Diana si fermò indispettita. «Dov'è Lili?» lo aggredì.
«È al sicuro» la tranquillizzò. «La professoressa Gloria l'ha accompagnata in stanza.»
Diana annuì.
«Ora lascia che sia io a parlare con Carlo.» Si stupì di come apparisse ferma e decisa la propria voce.
Diana lo guardò combattuta. «No» rispose, ma i suoi occhi chiedevano aiuto. «Non voglio essere in debito con te.»
Filippo si sentì mortificato, ma poi ripensò a quella volta che da bambino aveva trovato un lupacchiotto ferito, mentre cercava di aiutarlo gli si era rivoltato contro e lo aveva morso. Il piccolo Filippo si era arrabbiato, ma sua mamma gli aveva spiegato: “le creature che soffrono, spesso attaccano per prime, per paura...”
In quel momento Diana gli ricordava tanto quel lupacchiotto.
L'afferrò per le spalle e la trattenne. «Lascia fare a me» ripeté convinto. «Non sarai in debito, hai la mia parola.» Cercò i suoi occhi per trasmetterle la sua onestà, non si sarebbe mai approfittato di lei.
Diana parve convincersi, abbassò lo sguardo e il suo respiro era tremante.
«Allora, dov'è la mia bella Liliana?» La voce arrogante di Carlo li fece voltare.
Guardò spietato verso Diana. «Guarda che non ho invitato te, mi dispiace, ma non sei il mio tipo...» disse sghignazzando, poi rivolse la sua attenzione verso Filippo. «Oh, ma forse volevate fare un'uscita a quattro?» rise ancora sguaiatamente.
Filippo rimase impalato, intimidito da tanta arroganza, ma poi gli bastò guardare Diana che sembrava sul punto di crollare, la sua determinazione colmò il vuoto che aveva alimentato la sua paura.
«Smettila, Carlo.» Non alzò la voce, ma questi si voltò sorpreso.
Gli si parò davanti, era molto più alto di lui e si gonfiò imponente sembrando se possibile ancora più grosso.
«Come dici, pivello?» Lo fissava come un predatore pronto ad attaccare e sbranare la sua preda.
Filippo non si scompose, almeno apparentemente, perché il cuore gli batteva talmente forte che quasi non sentiva le parole del suo interlocutore.
«Ho detto di smetterla» ripeté.
Carlo gli rise in faccia. «Altrimenti?»
«Lo dirò al professor Rodolfo» disse deciso.
Carlo serrò la mascella e allargò le narici, come un toro infuriato.
Percependo che la sua tattica stava funzionando si sentì rinfrancato e continuò. «Ma forse a te non importa che lui lo sappia...» Si ritrovò a sorridere, stupendo se stesso. «In fondo sei il suo aiutante, immagino che non potrebbe mai fare nulla senza di te.» Ci teneva a rimarcare quanto lo avesse infastidito quella frase. Lui pernsava che il professor Accordi fosse una persona speciale, percepiva la sua autorevolezza e sentire Carlo che lo aveva quasi deriso, gli aveva dato molto fastidio.
Ora Carlo era arretrato. «Maledetto pivello» disse tra i denti.
Filippo pensò che probabilmente un bel pugno sul naso non glielo avrebbe tolto proprio nessuno.
«Carlo! Ti stavo cercando!» La voce di Rodolfo tuonò tra loro.
Filippo riprese a respirare. Carlo abbassò la testa sconfitto.
Il professore si mise tra loro e guardò dritto negli occhi Filippo, ancora una volta il ragazzo ebbe la certezza che potesse leggere la sua mente e le sue emozioni.
«Forse ho interrotto la vostra passeggiata?» chiese Rodolfo sempre fissando Filippo.
«Non si preoccupi, professore, noi stavamo andando a dormire.» Filippo guardò ancora Carlo, per fargli capire che non avrebbe detto nulla, ma che avrebbe potuto farlo, in qualsiasi momento.
Si allontanarono. Senza rendersene conto aveva preso Diana per mano e la stava conducendo dietro la Sala Comune, dove una scalinata conduceva alle stanze. Dopo qualche passo, la presenza della mano della ragazza nella sua, cominciò a fargli provare una sensazione dolce che partiva dallo stomaco e lo rimescolava facendogli sentire le gambe instabili. Fece un respiro profondo per prendere coraggio e aumentò impercettibilmente la stretta.
«Aspetta.» La voce di Diana era appena un sussurro.
Filippo si voltò e vide che teneva la testa bassa, stava piangendo.
«Non voglio che lei mi veda così» disse piano e le sfuggì un singhiozzo.
Filippo l'attirò a sé e la ragazza s'irrigidì per un istante, ma poi si rilassò tra le sue braccia. Lui sorrise e sospirò.
«Non preoccuparti.» La strinse e sentì il suo profumo insinuarsi dentro di lui, penetrare nei suoi sensi e nel suo animo.
Era una ragazza difficile e che probabilmente aveva un sacco di problemi, ma in quel momento ebbe la certezza di qualcosa che aveva percepito la prima volta che l'aveva vista: sarebbe stato sempre al suo fianco, qualsiasi cosa le sarebbe successa da quel giorno in avanti, l'avrebbero affrontata insieme.
La condusse in un angolo della spiaggia vicino alle scale. «Vieni sediamoci un po' qua.» Prese Ciarli e suonò un po' per lei, vide che anche Diana si rilassava.
La ragazza lo imitò e anche Poldo venne nutrito a dovere. I due cuccioli di canorso si annusarono e intavolarono una lotta giocosa, strappando qualche risata ai ragazzi.
Filippo avrebbe voluto che Diana si aprisse con lui e gli raccontasse qualcosa. In quel momento, però, capì che doveva essere lui a fare il primo passo.
«Mia mamma ha frequentato Armonia» cominciò, subito fece fatica, non aveva mai parlato a nessuno di lei. Suo padre ancora non aveva elaborato il lutto e sembrava che volesse dimenticare ogni cosa. Questo aveva fatto soffrire Filippo ancora di più, perché oltre a non averla più vicino, aveva l'impressione che non fosse mai esistita.
Mentre parlava sentiva che il suo dolore, da tanto tempo represso, si scioglieva, così come la ragazza accanto a lui che lo stava guardando attentamente.
Quando terminò la sua storia, il silenzio tra loro si stava facendo imbarazzante. Così Filippo si mise in piedi e le tese la mano per aiutarla.
Diana non l'accettò e si alzò da sola, come se volesse riaffermare la sua indipendenza.
Salirono le scale.
«Spero di non averti annoiato» azzardò, era quasi il momento di salutarsi.
Diana scosse la testa. «Mi ha fatto piacere, sapere di te...» disse piano tormentandosi le mani. «Io non sono brava a raccontare...» Sembrava volesse giustificarsi per non essersi a sua volta confidata con lui.
Filippo annuì, era già qualcosa.
«Beh, allora buonanotte.» Accennò un sorriso e fece per allontanarsi verso la sua stanza.
«Aspetta.»
Filippo si voltò carico di aspettativa.
«Perché sei gentile con me?» Ancora quello sguardo diffidente.
Filippo prese fiato per parlare, ma Diana lo interruppe.
«È perché ti piace mia sorella?» chiese preoccupata.
Filippo scosse la testa e sorrise. Le fece cenno di avvicinarsi, come se volesse confidarle un segreto.
La ragazza lo assecondò e si protese verso di lui.
Filippo si avvicinò al suo orecchio, mentre i loro corpi si sfioravano appena provocandogli una marea di sensazioni inebrianti.
«Mi piaci tu...» sussurrò e senza darsi il tempo di riflettere le posò un dolce bacio sulla guancia.
Diana si sollevò di scatto e lo guardò spaventata.
Si voltò e corse via.
Filippo alzò le spalle e pensò tra sé che almeno non lo aveva schiaffeggiato.
Rimase a guardarla, poi lei inaspettatamente si fermò e si voltò. Lo fissò per un attimo seria, si portò una mano alla guancia dove lui l'aveva baciata e poi accadde...
Un sorriso. Quello splendido sorriso, che per tutto il giorno aveva cercato avidamente di scorgere sul viso di lei, apparve e illuminò il suo cuore come un raggio di sole dopo una burrasca. Fugace e raro come un arcobaleno. Prezioso e agognato come il miraggio di una fonte d'acqua fresca tra le arsure di un deserto.
E quella volta era solo per lui.

La storia di Diana e Filippo è lunga e tormentata. Viene interamente svelata nei romanzi “La Melodia Sibilante” e “La Melodia Rivelatrice” in cui i ragazzi, ormai cresciuti e divenuti professori, raccontano a Giulia le loro vicissitudini.
Durante i loro anni di scuola avvengono avvenimenti tristi che li uniscono e li separano. I racconti Crescendo e Da Capo ci conducono attraverso la loro giovinezza e ci raccontano i momenti salienti della loro storia. Il coronamento del loro amore arriverà soltanto alla fine del secondo romanzo.


Ho deciso di lasciare gratuito questo racconto per permettere a tutti di conoscere il mondo della Musicomagia e di trascorrere una giornata assieme a me.
Spero che ti sia piaciuta la scuola di Armonia e che vorrai tornare a trovarmi.
Ti ringrazio per aver letto questo racconto, se è stato di tuo gradimento, mi farai un grande regalo scrivendomi, facendomelo sapere e, parlandone con i tuoi amici.
Il passaparola è molto importante per gli autori indipendenti come me, l’unico modo per diffondere le mie storie è con il vostro aiuto.
Se riuscirai a trovare il tempo di farlo sarò lieta di fare anche io un regalo a te. Contattami su uno dei qualsiasi social oppure a questo indirizzo:

Riceverai in regalo “Crescendo”, il secondo episodio della storia di Filippo e Diana.

Se è la prima volta che varchi il confine di Armonia, ti consiglio di iniziare a leggere la Saga principale prima di proseguire con gli altri spin-off su Diana e Filippo, ti gusterai meglio alcuni particolari e riuscirai a capire alcune sfumature importanti su tutti i personaggi.

Inizia il viaggio vero e proprio con “La Melodia Sibilante” (qui sul mio sito potrai leggere i primi capitoli gratuitamente e troverai il link allo store.)

Clauida :)

Nessun commento:

Posta un commento